Giornata della Donna 2021 - Una veste di seta color susì

Archivio di Stato di Cosenza

8 marzo 2021 - eventi digitali

Not Maugeri 1591

Per la Giornata internazionale della donna 2021, l’Archivio di Stato di Cosenza traccia un  percorso sull’abito femminile,  il cui legame profondo con la storia  ha contribuito a  definire il ruolo della donna nella società, accompagnandola nel suo viaggio verso l’emancipazione.

Nel 1591 Alfonso Ferrao, per il suo matrimonio con Feliciana Carrafa, ricevette dal padre ottocentoquaranta ducati che utilizzò per l’acquisto di gioielli e vestiti “per far complimento onorato et conveniente al ritorno che farà in Cosenza con detta signora sua moglie per carriaggi cavalcature banchette sontuose feste et altre sorte”. Tra i gioielli: “brazzoletti di oro,  scioccagli con smeraldi, una coruna di ambra musco et oro” e tra gli abiti uno “di tila de argento stampato, uno manto guarnito di oro stampato di rizza di sita , calzetti de sita lavorate di oro,  barretti et cappelli guanti pianelli de argento, una guttunera et una robba de raso verde stampato guarnito di oro,  una ligatura giorlanda et fiore di oro,  uno vestito di velluto nigro guarnito di oro,  un altro de raso bardiglio guarnito de argento, un altro de raso nigro guarnito del simile cappotto et cappe di sita”. [1]

Feliciana era una privilegiata, ma il suo ruolo era soltanto quello di essere la moglie dell’illustrissimo Alfonso e quindi di essere ammirata nel suo sfarzo e nella sua ricchezza. 

Certo, non era  l’unica.

Chiara Filomarini, nel 1705, in occasione del matrimonio con don Bartolo Sambiase, principe di Campana, ricevette in dono dallo sposo un corredo di biancheria e molti abiti, tra cui una veste di broccato con fondo d’oro di colore “incarnato” guarnito con merletto d’argento, col suo mantello; un’altra veste di broccato col fondo di seta di colore rosa, con “frasche d’argento”, col suo mantello; una veste di broccato turchino con “frasca d’oro e d’argento”, col suo mantello; una veste alla “Persiana” di porpora, con guarnizioni d’argento, un “sottanello di felba verde” con ricami di fiori d’argento,  un altro “sottanello” di broccato col fondo “incarnato”,  tre “scuffie” di merletti, con nastri d’oro e d’argento,  una veste di seta “color di Susì”, col suo mantello, con “frasche d’argento”; due paia di calze di seta , un paio “incarnato” e l’altro turchino con fiori d’oro e d’argento, ….dentro quattro bauli, … e un “ligaturo” di donna” con fodera di damasco verde….[2]

Donne escluse dal mondo politico e da tutte le questioni che esulavano dall’amministrazione della casa, donne che  si sforzavano di essere il riflesso del posto gerarchico che i mariti occupavano nella società.

Ippolita Cavalcante nel 1717 ricevette dallo sposo Giuseppe Spiriti, gioielli e vestiti, inviati non in dono, bensì al solo scopo di ornarsene per il “decoro dello sposo”. Fra i gioielli e le vesti preziose, convenienti alla “qualità” di Giuseppe, figurano “uno indrizzo di diamanti consistente in gioia di petto, pendenti e gonnacchino ed un altro indrizzo di smeraldi e diamanti con li suoi finimenti ed un altro di perle e rubini anche con li suoi finimenti e tre vesti una di tela d’oro, un’altra di drappo d’oro ed un’altra di velluto di Genua con tutti gli abbigliamenti di scuffie e manicotti…”.[3]

Abiti eleganti e preziosissimi che si tramandavano di  generazione in generazione.

Tra i beni ereditari di Maria Costanza di Sersale, vi erano  “un paro di calzoni di donna di primavera con oro incarnato e bianca ed ancora “...una camardina di velluto nero con pizzilli neri, ..una vesta di camera di seta con righe d’oro con il fondo color di rosa secca foderata gialla e nera, una faldiglia di raso di Fiorenza verde con guarnittione forastera d’oro e argento a tre finimenti..”.. “una faldiglia di saije scarlatina con pizzillo d’oro e argento, uno corpetto di velluto San Nicola con merletto d’argento usato, una scatola di zagarelle di seta di più colori, una cinta di gallone d’argento, uno manichitto di armellino con frasche d’argento e oro”[4]

Marianna Martirano, nel 1765 fece  redigere un inventario dei beni ereditati nei quali erano compresi vari gioielli e abiti tra cui “una gonnella bianca di tela, una gonnella di scarlatto…un corpetto di molla color persico…un paro di scarpe color turchino…un ventaglio di osso…un paro di manicotti d’orletta…un paio di calzetti di seta…uno sinalino di mosellino…un manichetto di felba…una soldanina di damasco….una gonnella di sajia rossa….una gonnella di lutto….una cammisciola  di rattina…una sopra cammiscia d’orletta…un abbitino ricamato…”. E tanti gioielli, tra cui “una catena d’oro…un rosario di perle piccole….con granatoni  piccoli con medaglia d’oro….un altro rosario di coccia d’oro, e coralli …una giannacca di perle…con coccia d’oro e granatoni… un cavaccio di smeraldi….una giannacca di perle a rosetta sopra zagarella nera ….un’altra giannacca di perle piccole ….una giannacca di coralli e coccia d’oro…..anella numero nove … una fede di smeraldi ….quattro di rubbini …altri quattro di smeraldi … un paro di orecchini di perle …un paio di orecchini piccoli con tre perle … pendenti… un altro paio di orecchini piccoli di rubini …un crocifissetto d’oro con tre perle pendenti…”[5]

Abiti lontani dai rozzi panni che vestivano la maggior parte delle donne, spesso prive dei necessari mezzi di sussistenza, costrette anche ad abbandonare i propri figli in cenci di lana e cotone,[6]

Sebbene “il bel vestito”, restò per molto tempo prerogativa dei ceti agiati, le donne cominciarono a farsi strada all’interno delle lavorazioni dei tessuti.

Nel 1827, il  Consiglio provinciale della Calabria Citeriore, al fine di regolamentare l’introduzione delle manifatture di “londrini” e tele di lino nell’Orfanotrofio di Cosenza, stabilì ina gratificazione semestrale per le allieve più brave[7]

Le tantissime filatrici che operavano in tutta la provincia, nelle filande e in famiglia, spinsero verso la creazione di nuove macchine.

Nel 1868, venne presentato da Francescantonio Sartori un nuovo tipo di filatoio. La macchina, a quattro fusi, permetteva alle filatrici di stare agiatamente sedute, occupandosi solo di raccogliere il filo. Adatta per filare lana, lino, canapa e cotone, produceva migliore qualità e maggiore quantità del prodotto, a prezzo moderato e con meno lavoro. [8]

 Dalle professioni annotate negli atti di Stato Civile emerge che vi erano varie cucitrici, ma poche erano le sarte. Prevaleva invece il sarto, perché la professione era stata per molto tempo ostacolata alle donne.[9]

Nel 1890 Il “Collegio Sarto Cosentino” dell’Arciconfraternita del SS. Salvatore della città di Cosenza, per incrementare il fondo cassa, celebrare le festività nell’anno ed erigere la Cappella nel Camposanto, disponeva l’ammissione come “sorelle” delle mogli dei sarti e delle sartine, le quali per poter godere dei benefici della congregazione dovevano corrispondere una quota in denaro.[10]

La forzata sostituzione degli uomini partiti per la prima guerra mondiale spinse le donne al cambio di mentalità, alla crescita dell’autostima, alla voglia sempre più incalzante di indipendenza. Cominciava il percorso verso l’emancipazione, verso una nuova donna libera dagli schemi  che ebbe un punto di forza anche nel modo di vestire. Le più ardite si abbonavano ai giornali di moda da cui copiavano modelli e traevano ispirazione per la nuova immagine. [11]

Rivista moda

E le cronache della moda consigliavano il buon gusto nell’abbigliamento e si spendevano in consigli su tessuti e vestiti da scegliere in base all’occasione e al momento della giornata. Mantelline come ornamento, abiti di organdi per la sera guarniti “ con ricamo in  perle e in pagliette”,   cappelli con le tese ampie per proteggere il viso dai raggi troppo cocenti del sole con  guarnizioni sobrie: “basta un solo fiore o un nodo originale per dare al cappello grazia e distinzione”.[12]

Nel 1934, nella nella Regia Scuola secondaria di avviamento professionale industriale femminile di Cosenza, la signorina Ofelia Salerno, diplomata e abilitata presso la Scuola professionale “Elena di Savoia” di Roma, diede  prova di grande capacità sia nell’insegnamento che nella creazione di veri e propri modelli “che hanno destato l’ammirazione di tutte le signore e signorine in visita all’annuale mostra dei lavori”[13].  Dopo la seconda guerra mondiale, negli anni della ricostruzione, si moltiplicarono giornali di moda, si diffuse il cinema, la fotografia, e le donne sempre più proiettate nel futuro organizzavano e partecipavano alle sfilate di moda. 

Nel 1959, l’azienda SINGER, organizzava  nei locali del Cinema Teatro Italia una sfilata di moda su invito. Carabinieri, Guardie di P.S e Vigili Urbani garantirono la sicurezza e l’ordine pubblico anche all’esterno dei locali.[14]

Il Movimento italiano femminile (MIF), invece organizzava, a totale beneficio delle opere assistenziali Fede e Famiglia, nei saloni dell’Albergo Bernini, il “The’ alla Moda” dove la casa Merveilleuse, presentava la nuova grande collezione di modelli primavera estate. [15]

ASCS MIF

Quella voglia di sentirsi libere, diverse, indipendenti e, perché no, belle in un nuovo chemisier “azzurro come il cielo di primavera e arioso come la brezza di marzo”, “con il collo avvolgente , la linea giovane, la gonna gonfia arrotondata da pieghe sciolte che la cintura ben stretta ferma in vita”. [16]



[1] ASCS, Notaio Giacomo Maugeri, 58, anno 1591, cc.6-10

 

[2] ASCS, Notaio Francesco Greco, n. 942, 1705, c. 17v.-18r.

[3] ASCS, Notaio Gaetano Infante, 184, anno 1717, c. 938

[4]ASCS,  Notaio Arcucci Muzio, n. 90, anno 1704, cc.9v-15 r

[5] ASCS,  Notaio Bruno Sicilia, 631, anno 1765, cc. 196v-204v

[6] ASCS, Stato civile, Tarsia, Nascite, 1843.

[7] ASCS, Provincia di Cosenza, Consiglio Provinciale di Calabria Citra, Deliberazioni- Reg. 1

[8] ASCS, Camera di commercio, b. 120, fasc. 73, 1868-1869

 

[9] ASCS, Stato Civile dei comuni della provincia di Cosenza

[10] ASCS, Prefettura, Opere Pie, B. 146

[11]  Il ricamo illustrato. Pratica rivista quindicinale di lavori femminili. Sarzana ( Genova), 1926, Anno VII, n. 6, Collezione privata, fam.  Siciliani

[12] Il GRILLO DEL FOCOLARE E PER LA CASA,  15 luglio 1930, Anno XIV, n. 7, Collezione privata, fam.  Siciliani

[13] ASCS, Prefettura, Gabinetto, b.11, fasc. 1

[14] ASCS, Prefettura, Gabinetto, b. 20, fasc. 1

[15] Nel 1946, con rogito del notaio Migliori di Roma, si costituì il Movimento Italiano Femminile la cui promotrice e animatrice fu la principessa Maria Pignatelli di Cerchiara di Calabria. Ispirato ai principi di solidarietà tra gli uomini, nacque con lo scopo di assistere moralmente, materialmente e giuridicamente i detenuti politici all’indomani della seconda guerra mondiale.  L’Archivio del M.I.F,  fu donato nel 1969 dall’avv. Ugo Verrina, ultimo legale del Mif a Cosenza.  Il fondo ha  una consistenza di  n. 99 buste e copre un arco temporale che va dal 1944 al 1958. 

[16] RAKM. Mensile di alta moda e lavori femminili. Milano, Rusconi e Paolazzi, 1959,  Marzo, Collezione privata, fam.  Siciliani