Gioacchino da Fiore

Sintesi della biografia del Beato Gioacchino da Fiore tratta dal manoscritto “ Calabria sacra e profana” di Domenico Martire, vol. I/II, sec. XVII

Manoscritto Martire

 

Tra i soggetti che han recato lustro e splendore alla nostra Calabria, riputar si deve il Beato Gioachino Profeta. Fu costui figlio di Mauro il Notaio e di Gemma, donna di gran bontà. La sua nascita fu preannunciata a Gemma in sogno da un giovane di bellissimo aspetto, tutto candido.

Gioacchino nacque a Celico, casale di Cosenza, sito alle radici delle montagne della Sila e sin dalla fanciullezza si dedicò agli studi per apprendere la Grammatica e le lettere umane, nelle quali diede gran saggio della sua buona indole, tanto in materia di costumi, quanto nell’acutezza e sublimità dell’ingegno, senza trascurare la preghiera. Era, infatti avvezzo ad andar solingo nella sua vigna e starsene poggiato sopra un sasso, occupato del continuo in adorazione.

Dopo alcune esperienze di lavoro nei tribunali di Cosenza e nella Cancelleria di Palermo risolse di abbandonare il mondo e di servire solamente a Dio, e partì in pellegrinaggio in Terra Santa.

Giunto a Tripodi di Soria, volle vestirsi da religioso e donato quanto aveva, depose l’abito secolare  vestendosi di ruvido panno di lana bianca e tosatosi la chioma a piedi scalzi continuò il suo viaggio verso la santa città di Gerusalemme.

Attraversando le sterminate campagne del deserto, durante una sosta di orazione, sognò un fiume d’olio corrente ed un uomo che gli diceva: Gioacchino, bevi e satollati nel fiume. Finita la visione, destatosi, si riconobbe pieno della intelligenza di tutti gli arcani divini.

Arrivato a Gerusalemme, salì sul Calvario e pregando intensamente sul monte Tabor si vide accerchiato da molto splendore, e gli vennero manifestati tutti gli arcani dell’antico e nuovo testamento e particolarmente quelli della sacra Apocalisse.

Ritornato dalla Palestina, si ritirò in una grotta, alle radici del Mongibello, dove rimase una intera quadragesima in orazione e digiuni.

Mentre dimorava in Sicilia, volle ritornare in Calabria, a Celico incontrò  il padre che non nascose il dispiacere di vederlo misero e girovago, ma Gioacchino lo invitò a rallegrarsi dicendo: o caro padre, mi menaste alla corte del re, ma in quest’abito servo a Dio, Re dei Re.

Partito da Celico andò a Luzzi nel monastero della Sambucina dell’ordine cistercense, poi a Bucita nelle montagne della terra di rende, e poi si recò al Monastero di Corazzo dove fu ordinato ed eletto Abate con immenso giubilo dei monaci, che interposero l’autorità di tutti i personaggi convicini affinchè Gioacchino consentir volesse all’elezione fatta.  

Nel secondo anno di pontificato di Lucio III, Gioacchino si recò a Casamari e supplicò il papa di ottenere  la licenza di poter esporre e scrivere sopra la Sacra Scrittura, giusta alle divine rivelazioni avute. E venendogli negata, Gioacchino gli scoperse una gran calamità, imminente nella Chiesa di Dio. Di vantaggio dallo spirito di profezia che aveva Gioacchino, condiscese benignamente a concedergli tale facultà.

L’Abate Gioacchino si trattenne in detto monastero un anno e mezzo facendo l’esposizione sopra l’Apocalisse, le concordanze del vecchio e del nuovo Testamento e diede anche principio al Salterio.

Per affari del suo monastero, Gioacchino capitò a Scigliano  e gli venne chiesto il significato di una croce luminosa che appariva in aria sopra il cimitero della Chiesa Parrocchiale di Scigliano, nel casale di Diano. Gioacchino predisse travagli e spargimento di sangue che si verificarono dopo alcuni anni.

Quando Gioacchino terminò il libro sulla concordia dell’uno con l’altro Testamento, volle omaggiare il papa Urbano III e presentatogli il libro, fu per la celeste dottrina che in sé conteneva riconosciuto come oracolo. Ottenne parimenti non solo la facoltà di scrivere sopra tutta la Sacra scrittura, ma persuaso dippù che deposta ogni cura temporale, si volesse, in tutto e per tutto applicare a cose celesti, e liberamente esercitare il suo talento scrivendo e componendo. Dopo una sosta a Venezia, ritornò a Corazzo dove si applicò all’esposizione dell’apocalisse.

Mentre in essa stava occupato operò Iddio molti segni per manifestare al mondo la santità di lui.

Richiamato dal papa Clemente III per vedere l’esposizione sopra l’Apocalisse, incaricatagli dal suo predecessore, ed avendo ben conosciuto in esso il dono dell’intelligenza che aveva sopra tutta la Sacra scrittura, gli concedette la facoltà più ampia di potere in tal mestiere applicarsi, con anche esimersi dalla cura del Monastero. Quindi Gioacchino con pochi monaci si ritirò in un luogo chiamato Pietralata.

Alla fama del gran sapere di Gioacchino, come se fosse un altro Salomone vi concorrevano tutti fin da lontani paesi e crescendo il concorso delle genti non era possibile che Gioacchino star potesse in detta solitudine e così partì per la Sila, e si fermò nel luogo chiamato Fiore sopra due fiumi Neto e Almo. Quel luogo fu la prima origine del monastero Florense tanto rammentato nelle Istorie.

Gioacchino continuava a vivere in solitudine ma il Signore volle mostrare la santità di lui a veduta di tutti i Grandi d’Europa, che invitava a seguire la via della fede e le armi della luce piuttosto che proseguire con le armi.

Nell’anno 1196 ottenne da papa Celestino III la conferma del suo Istituto per la fondazione della nuova congregazione florense e dei monasteri ad essi soggetti.

 Fu Gioacchino indefesso nell’operare, scriveva giorno e notte. Nell’operare con le mani era gagliardo e forte e stava sempre occupato, lontano dall’ozio. Celebrava devotamente e mai gioiva di più se non quando diceva messa della passione di Gesù Cristo.

Oltre al Monastero Florense ne fondò vari altri e nell’ultimo anno della sua vita, 1201, aveva principiato quello di Fonte Laurato nel distretto di Fiumefreddo, ma dalla morte pervenuto non potè mandarlo a fine.

Chiamati a sé tutti i monaci di Corazzo, della Sambucina, e di S. Spirito, Gioacchino predisse la decadenza del suo Monastero Florense e spirò nelle loro braccia il 30 marzo del 1202.